sabato 9 dicembre 2017

The Place di Paolo Genovese.


A volte certi film ti capitano all'improvviso, come questo The Place di Paolo Genovese. Volevamo vedere La ragazza nella nebbia, ma in quel cinema dove lo davano non lo davano più. E allora c'era questo di Paolo Genovese, quello del meritato successo di Perfetti sconosciuti. Di The Place sapevo vagamente che era tratto da una serie televisiva americana, c'era Mastandrea tra i protagonisti, era costituito da un intreccio strano, a molti era sembrato un film interessante, anche se non riuscito, altri pensavano fosse una commedia come il film precedente. In verità, con il film precedente ha in comune l'originalità della trama; e il mettere i piedi nel piatto del presente, senza voler fare un documentario, ma una storia interessante, volando alto. Realismo magico.


L'intreccio.


L'intreccio è tanto semplice quanto affascinante: in un locale moderno, un tizio serio, con la barba rossiccia, riceve ogni giorno persone con problemi, desideri, sogni da realizzare. Cose banali o complicate. Come diventare più bella, rivedere il figlio, ritrovare il marito vecchio perso nell'alzheimer, fare l'amore con la miss del calendario della propria officina, ritrovare la fede persa nonostante i voti, ritrovare la vista, guarire il figlio affetto da un male incurabile...

Cose così, per niente semplici, ma che quell'uomo barbuto sembra riuscire a realizzare. Legge su una vecchia agenda, scrive, prende appunti, e poi, in cambio della realizzazione del desiderio dice una cosa che questi uomini devono fare, se vogliono veramente che il sogno si avveri.


Vuoi guarire il figlio? Uccidi una bambina. Vuoi il marito guarito dall'alzheimer? Fai scoppiare una bomba in un locale affollato provocando una strage. Vuoi ritrovare la vista? Violenta una donna. Tu suorina, vuoi ritrovare la fede? Fatti mettere incinta. Vuoi ritrovare l'amore del tuo uomo? Fai litigare la coppia dei vicini di casa... Quando l'impassibile barbuto dice queste cose, i desideranti inorridiscono, gli danno del mostro, dell'assassinio, del diavolo... ma alla fine, accettano quasi tutti la prova.


Le scelte.


Ho raccontato la trama, perché la trama è parte importante di questo film, mai così fondamentale. Un film molto parlato, girato quasi tutto nello stesso posto, quel bar dove l'uomo senza nome "lavora", dove mangia, vive le sue giornate, e, a quanto pare, dorme. Altra cosa degna di nota sono i volti, gli attori scelti dal regista per interpretare questi personaggi. Innanzitutto un Valerio Mastandrea in splendida forma. Attore versatile, ironico, attore della mia generazione (è nato circa un mese prima di me), qui è nel ruolo della sua vita. Mai così in parte, in un film che sembra scritto sulla sua faccia stanca e annoiata. Ma non è il solo ad avere fatto il film della sua vita.

Anche la Ferilli. Sì, Sabrina Ferilli, il suo è un ruolo apparentemente piccolo, quasi un cameo, ma alla fine si rivela qualcosa di più. Anche lei perfetta nella parte di Angela, la cameriera. Che dire poi di Rocco Papaleo? Meccanico con il sogno di andare a letto con la miss del poster appeso nella sua officina. Della Rohrwacher, Alba? È lei la suorina alla ricerca della fede. Banale? Troppo facile? Potrei citare tutti gli altri attori, bravissimi, ma servirebbe solo a confermare che anche qui Paolo Genovese ha scelto bene.


Troppo meccanico, troppo facile, troppo banale... Ho sentito in giro definire così questo The Place di Paolo Genovese. A questi rispondo: la vita è meccanica, banale, gli esseri umani in fondo sono tutti uguali, anche se diversi, tutti prevedibili, anche se originali... Il film vola alto, si possono aprire molti discorsi filosofici, o anche più terra terra. A me è venuto in mente il discorso sulla classe politica, criticata, quasi sempre giustamente, ma criticata anche da chi l'ha votata, incapace di capire i propri errori.

Il diavolo, pardon, l'uomo interpretato da Mastandrea, chiede sempre ai suoi clienti se si vogliono fermare, se si vogliono tirare indietro. Lo possono fare in qualsiasi momento, a loro spetta la scelta, libero arbitrio. Ovviamente, un libero arbitrio limitato da quello degli altri. A volte lo fanno, altre volte cercano di imbrogliare le carte (a chi vuoi farla? al diavolo?), ma spesso tirano diritto.


The Place di Paolo Genovese nel cinema italiano.


L'ingordigia umana, la voglia di avere, l'incapacità a rinunciare... Si potrebbe scrivere un trattato, fare un dibattito, come una volta, alla fine del film. Il bello poi, è che lo possiamo fare con una pellicola di cassetta (a quanto leggo The Place, come Perfetti sconosciuti, è molto visto al cinema, ha ottimi incassi). Un film di un regista non considerato ancora autore con la A maiuscola. Ma credo importi poco a chi ama il cinema.

Per quanti anni il grande Mario Monicelli è stato definito un regista commerciale? Quando ha avuto la corona di autore? Molto tardi. Ma non voglio e posso paragonare Paolo Genovese a lui: le epoche sono diverse, le Italie sono diverse. Ma c'è una certa forza nell'interpretare il presente, nel tirare fuori la cattiveria. Una forza nel girare con dei copioni ben scritti, nelle prospettive non banali, nel mischiare l'alto con il basso. E nell'avere attori più o meno noti, più o meno belli, più o meno sempre quelli (Marco Giallini, la Rohrwacher, la Puccini, Vinicio Marchioni).


The Place di Paolo Genovese conferma una buona annata per il cinema italiano. Un cinema giovane, con film ottimamente scritti e interpretati. Girati in modo originale, con particolari tecnici interessanti: a partire dalla fotografia notturna, onirica, come richiedeva l'atmosfera sospesa, da sogno, del film.

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